Uno, nessuno e centomila è l’ultimo romanzo di Luigi Pirandello. E’ stato elaborato a lungo, infatti
sarà lo stesso Pirandello a dire: ”dentro al libro c’è la sintesi completa di tutto ciò che ho fatto e che
farò”. Tutta la storia nasce da una futile discussione tra Vitangelo, il protagonista del libro, e sua
moglie, Dida, che gli fa notare alcune sue piccole imperfezioni fisiche, soffermandosi sulla forma
del suo naso. Queste “critiche” fanno crollare tutte le sue certezze, perché capisce che ogni persona
lo vede in maniera differente. Guardandosi allo specchio, ha una crisi di identità, tanto da sentirsi
confuso. Da questo momento in poi il suo scopo sarà quello di scoprire chi è veramente. A tal
proposito cambia completamente tutta la sua vita, rinunciando alla banca di famiglia, al suo lavoro
da usuraio e perfino al suo matrimonio (Dida decide di abbandonarlo dopo una violenta
discussione). Vitangelo, dopo una serie di eventi folli, finirà in un ospizio, malato, con barba,
capelli bianchi e lunghi, perché ha deciso di non guardarsi più allo specchio. Nonostante tutte le sue
disavventure, si sente finalmente un uomo libero; infatti, come affermerà nell’ ultima parte del
libro, bisogna vivere ogni istante la vita, così da rinascere in maniera continua.
In questo racconto si può cogliere la differenza tra essere e apparire. Pirandello ritiene che ogni
persona si mostra agli altri in maniera diversa, e quindi è come se indossasse una sorta di maschera
a seconda delle circostanze. Per questo motivo la nostra vera natura, il nostro vero essere è nascosto
da atteggiamenti e comportamenti che non fanno parte del nostro modo di essere veramente. Quindi
è come se Vitangelo si fosse accorto lui stesso che stava indossando una maschera, infatti non riesce
nemmeno a riconoscersi allo specchio. Nella folle vita del protagonista, riusciamo a ritrovare
momenti di lucidità e di consapevolezza della propria pazzia, la prova ne è che lui si rende conto
perfettamente della sua condizione. E’ lui che decide di finire i suoi giorni in una specie di
manicomio, per la sola voglia di allontanarsi dalle sue tante maschere e dalle maschere della
società, così da poter diventare nessuno.
Nonostante sia un libro abbastanza datato (1925) lo trovo molto attuale, perché tratta il tema dell’
identità, o meglio delle identità che noi mostriamo recitando, per essere socialmente accettati.
Quindi ne deriva che in un mare di false identità, proviamo un senso di angoscia e di smarrimento.
Un fenomeno patologico e condizionante, tanto da portare molte persone verso la depressione e
crisi esistenziali. L’unico modo possibile per sopravvivere in questo mare, secondo me (e quindi
sentitevi liberi di contraddirmi), è di crearsi delle illusioni in cui vivere, così da creare una sorta di
rifugio o da valvola di sfogo, un limbo, per compensare alcuni problemi della vita. Chiaramente non
bisogna mai perdere il senso della realtà o lasciarsi sopraffare da questi, perché altrimenti sarebbe
come smettere di vivere la vita, la propria vita e negare il proprio IO.

Giosuè Arana V° Chim

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