L’opinione pubblica la definisce spesso col termine dispregiativo
“barbone” (dabirbone, cioè “delinquente” e “malfattore”),
rimandando per assonanza alla parola “barba”, che richiama alla
mente immagini di scarsa pulizia, scarsa morale e devianza. Lo
Statuto della Federazione Italiana degli Organismi per le Persone
Senza Dimora, invece, la distingue come “una persona in stato di
povertà materiale ed immateriale portatrice di un disagio complesso, che non si esaurisce alla sola sfera dei
bisogni primari, ma che investe l’intera sfera delle necessità della persona, specie sotto il profilo relazionale,
emotivo ed affettivo”(Art. 2), o semplicemente, tutti coloro che si trovano in “condizioni al di sotto di ciò
che può essere considerato sufficiente” in una determinata comunità. Frequentemente i clochard vengono
etichettati in persone che non hanno voglia o che sono incapaci di lavorare e di avere relazioni sociali,
magari pericolose, perché alcolizzate, tossicodipendenti o con disagi mentali, ma il più delle volte si finisce
nella strada non per libera scelta, bensì per emarginazione. Si osserva infatti nelle storie di vita dei soggetti
senza dimora, la presenza di una serie di eventi di “rottura” che hanno condizionato l’innescarsi di
meccanismi di impoverimento e isolamento: la persona rimasta senza lavoro, senza casa, senza un supporto
familiare ed amici, è obbligato a rivolgersi perciò, non senza vergogna, ai servizi pubblici, per chiedere aiuto.
Ma col tempo ci si abitua a tutto, sia alla strada, che ai dormitori provvisori e spesso si innesca quello che
viene definito “adattamento per rinuncia” e più è il tempo trascorso in una situazione di marginalità estrema
e più elevate sono le probabilità che venga superata la cosiddetta soglia di “non-ritorno” nel processo di
deriva sociale. Talora si crea dipendenza con le strutture che forniscono aiuto materiale, e così si cronicizza
la loro inattività e si determina solo la scomparsa delle residue motivazioni al lavoro e della volontà di
autonomizzazione. Non basta un aiuto a soddisfare i propri bisogni primari, offrendo solo un letto e un pasto
caldo, ma è necessario riattivare nel soggetto, un processo di “empowerment”, cioè fare in modo che egli
riprenda in mano la propria vita e torni a prendere decisioni per sé e per il proprio futuro. Una delle proposte
più innovative arriva dalla FIOPSD e si chiama “Housing First”. Questo modello viene attuato da anni, con
successo, negli Stati Uniti e anche in Europa sta rivelando le sue grandi potenzialità… «I tradizionali
programmi di reinserimento sociale funzionano “a gradini”, dalla strada al dormitorio e, poi,
progressivamente, verso soluzioni residenziali più stabili» ha spiegato Cristina Avonto, presidente Fiopsd,
durante un convegno organizzato a Torino per la Giornata Internazionale di Lotta alla Povertà. «Al contrario,
noi crediamo che la casa non sia un premio da conquistare, ma la condizione preliminare per un effettivo
reinserimento. Puntiamo quindi a offrire, il prima possibile, un contesto abitativo stabile». Non avere una
casa è destabilizzante, facendo risultare impossibile mantenere un lavoro, relazioni affettive e un’adeguata
igene personale. Vivere uno spazio pubblico significa vivere in uno stato di continua allerta, i cicli del sonno
non sono rispettati e ciò ha un effetto negativo sull’equilibrio psichico e la salute mentale. La strada,
pertanto, non solo incrementa lo stato di ansia e disagio ma anche il manifestarsi di un grave disturbo
psichico. Il problema della metodica è il bisogno di una consistente fonte di appoggi economici che possano
permettere al maggior numero di persone senza dimora l’accesso al progetto. A questo proposito entrano in
gioco i cosiddetti “Angeli della Notte”, un gruppo di volontari che ogni lunedì e martedì sera si riunisce con
la missione di portare in giro per la città un pasto caldo ai senzatetto. Una ONLUS, il cui scopo non è
soltanto la distribuzione del cibo, ma dare un sorriso, attraverso il diaogo e l’ascolto, a chi è rimasto solo al
mondo. Molto interessante è senza dubbio il ritrovamento dell’autostica che Berlino ha risolto con delle
università aperte soprattutto alle persone che vivono come ombe ai margini della società. La Obdachlosen-
Uni Berlin dal 2012 è stata un’iniziativa resa possibile dal promotore, Malk Eimertenbrink, e da un gruppo di
docenti che hanno creduto nella possibilità di creare nuove prospettive. Non a caso oggi, dopo tanti anni di
attività, molti degli insegnanti dell’università sono gli ex-senzatetto che hanno fatto un percorso e che
rappresentano anche la vetrina di una reale migliore integrazione.

Michele Kaculi IV CHIM

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