La costituzione italiana riconosce a tutti il diritto di apprendere e di essere formati, tenendo anche in
considerazione le difficoltà e le problematiche che qualche individuo può incontrare. Nei casi
specifici relativi a situazione di disabilità e di svantaggio, anche sociale, gli studenti possono
usufruire di percorsi facilitati o alternativi, di prove e di verifiche individualizzate o anche sostenute
da griglie di supporto e da compensazioni. Questo mi sembra, in parole povere, il contenuto della
legge 170 dell’8 ottobre 2010.
All’età di nove anni, dopo quasi un triennale periodo di osservazioni, le autorità competenti hanno
certificato la mia condizione di alunno con disturbo specifico dell’apprendimento (DSA). Questa
sentenza mi è pesata addosso come un macigno: ho sempre amato lo studio, ho sempre desiderato di
affermarmi in questo campo non solo per completare la mia persona, ma anche per poter svolgere
da adulto, una professione che mi consentisse di essere economicamente di aiuto alla mia famiglia.
Per questo avevo già cominciato a sognare di diventare un futuro medico. La scuola per me è stata
sempre uno scoglio duro, anche se allo studio ho dedicato quasi interamente tutto il mio tempo
libero. Inoltre, consapevole della mia inadeguatezza, sono stato preso da una forma ansiosa che
negli anni è diventata una patologia vera e propria. Di qui la costante paura di non rendere
adeguatamente nelle interrogazioni, di non ricordarmi ciò che avevo studiato; di conseguenza i
risultati delle mie prove, talvolta, sono stati mediocri e questo spesso mi ha fatto sentire frustrato o
incompreso. Devo moltissimo agli insegnanti che mi hanno aiutato, incoraggiato e messo a mio
agio, purtroppo non tutti i docenti hanno mostrato la stessa sensibilità o anche pazienza; mi rendo
conto che non sempre è facile gestire al meglio le problematiche oggettive ed emotive di un alunno
che deve anche difendersi dalle incomprensioni e dalla mancanza di generosità dei compagni.
Eppure la scuola dovrebbe essere una comunità e dovrebbe formarci all’amicizia vera, alla
tolleranza, al rispetto, alla coscienza democratica. Per i suddetti motivi, in classe qualche volta mi
sono sentito umiliato ed ho sofferto. Certo, da una società povera di valori, tanto di più non ci si può
aspettare, ma la scuola dovrebbe essere un luogo privilegiato dove l’impegno, la costanza e
l’esercizio della fatica, avrebbero diritto a un pieno riconoscimento, al di fuori delle doti naturali
presente nel nostro DNA. Devo dire che mi sono anche sentito a disagio quando nelle interrogazioni
o nelle verifiche, ho avuto qualche punto in più di quello che meritavo. Non voglio “ regali”, che
appunto mi amareggiano, vorrei essere messo in condizione di utilizzare al meglio le mie risorse ed
essere aiutato a crescere.

Bujamin Mehmedi 4°CHIM

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