L’indebolimento della struttura sociale ed economica porta con sè, alle violenze della guerra, il fenomeno drammatico dei bambini-soldato che vengono reclutati a combattere negli eserciti dei regimi al potere, milizie di opposizione e conflitti interetnici. Bambini-soldato sono, perciò, tutti coloro che arruolati a forza o volontariamente in un esercito regolare o irregolare (con una partecipazione diretta o indiretta),  non hanno raggiunto i 18 anni. I Paesi poveri, soprattutto dell’Africa Centrale e Medio Oriente, sono le principali zone dove si riscontra questa realtà: si stimano oltre duecentocinquantamila bambini coinvolti, con un’età media in continuo abbassamento, dovuto alla lunghezza dei conflitti. Le perdite ingenti vengono rimpiazzate per necessità da “nuove reclute”. Molti aderiscono volontariamente, o per sopravvivere alla fame o motivati dal desiderio di vendetta (Repubblica Democratica del Congo, 1997; tra i quattromila e i cinquemila ragazzi hanno aderito all’invito propagantistico inviato alla radio, altri vengono costretti con minacce, abusi e violenze. I bambini sono facilmente addestrabili, facilmente manipolabili, e in secondo luogo, hanno meno paura della morte; esperienza che non conoscono o conoscono in maniera diversa rispetto a un adulto, ragion per cui partecipano alle battaglie con una foga diversa, mettendo in crisi l’avversario. La diffusione delle armi leggere tecnicamente semplici non ha migliorato la difficoltà della situazione. Uno dei compiti che vengono a loro assegnati è lo sminamento dei campi, mandati avanti per aprire un varco “all’esercito degli adulti”; per questo diventa importante la disciplina. Le loro menti ingenue vengono addestrate desensibilizzandoli dalla morte, attraverso metodi barbarici  o mix di droghe, portando i ragazzi ad agire con maggiore incoscenza. La memoria emotiva viene in qualche modo anestetizzata, così come la loro identità, perchè “senza droga si rischia di morire ogni giorno, si rischia di non sapere nemmeno come imbracciare un kalashnikov per il panico e di non essere capaci a distinguere i rumori e la provenienza dei colpi che ti sparano contro”. Questo aspetto rappresenta uno dei problemi maggiori in fase di recupero psicologico: oltre ad aver facilmente riportato ferite o mutilazioni, con gravi condizioni di salute (stati di denutrizione, malattie della pelle, patologie respiratorie e dell’apparato sessuale, incluso l’AIDS), i ragazzi vengono perseguitati da sensi di colpa e incubi, che non permettono il facile rinserimento nell’ambiente sociale. Avendo partecipato alle guerre civili, contribuito a seminare terrore nei villaggi e ucciso innocenti, nessuno li accetterebbe. Difatti vengono marchiati, perchè in questo modo non possono scappare e non possono rientrare nei villaggi dove vengono riconosciuti come criminali, demolendone ogni speranza per il loro futuro. La storia dove si svolgono questi drammatici fatti, inizia negli anni sessanta, al tempo delle decolonizzazioni ed è così che  la natura delle guerre, in quei luoghi, si è tramutata  esclusivamente in aspetti  economici, il tutto facilitato dalle disuguaglianze in continuo aumento, dalla disgregazione sociale e l’abbandono delle persone in se stessi. Dietro presunte ragioni ammantate di vaghe ideologie, si innescano i  meccanismi ben oliati, dell’uso di fini personali, per arrivare alle immense ricchezze minerarie del proprio territorio, come oro, diamanti e coltan, quest’ultimo decisivo  per le fabbriche di telecomunicazioni. Le ricerche condotte dall’ONU mostrano come tantissimi ragazzi-soldato, in tempo di pace, siano soggetti allo sfruttamento minorile da lavoro nero, ci aiuta a capire la grave situazione in atto. Il fenomeno è solo una conseguenziale di ciò che stanno vivendo e noi, spettatori dei nostri crimini, ne siamo la scintilla.

Michele Kaçuli IV Chim

Ti potrebbe interessare anche

GIOCHI D’AUTUNNO 2020
Eduscopio: per chi frequenta istituti tecnici cresce possibilità di trovare subito lavoro
PRIME PAROLE SULLA POSSIBILE CREAZIONE DI UN INDIRIZZO ALBERGHIERO A FABRIANO